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Capanna Bardughèe

Sulla montagna di Vogorno, pensando anche ai falciatori di fieno selvatico e agli emigranti
Testo e fotografie di Giuseppe Brenna pubblicate sul GDP del 16 giugno 2005

C’era una volta una Valle Verzasca senza il Lago di Vogorno.
Ma negli anni sessanta venne costruita la grande diga artificiale, “il cemento carceriere dell’acqua” (Anna Gnesa), che bloccò il fiume che prima scorreva libero tra profonde gole, poi andava a distendersi placido sul Piano di Magadino e infine si immetteva nel Verbano.
Si formò così il bacino artificiale del Lago di Vogorno, che sommerse la vita di secoli: sentieri, strade, case, muretti costruiti a mano pietra su pietra per rendere fertile un’aspra terra. Nei periodi invernali e di siccità tale lago si svuota. Tornano così a riemergere le tracce del passato: come il maestoso ponte sulla valle laterale di nome Porta, che risale al periodo di costruzione della strada carrozzabile della Val Verzasca tra il 1840 e il 1873 (vedi il libro di Giovanni Bianconi “Valle Verzasca”, Dadò editore, Locarno 1980).
La Val della Porta prende il nome dall’antico ponte, sul quale era posta una porta che veniva chiusa dai Verzaschesi in particolare quando al piano c’erano epidemie, come la peste del 1576-1577, o sommosse (se ne fa un accenno negli scritti di Bonstetten, Luigi Lavizzari, Giuseppe Mondada e Giovanni Bianconi, il quale menziona uno scritto del 1914 di Giorgio Simona che parla di resti di mura con grossi cardini di ferro).


Il ponte della Val della Porta, costruito a metà Ottocento, ogni tanto "riemerge" delle acque del Lago di Vogorno.

Da Vogorno prende avvio la nostra odierna escursione che ha come prima meta l’Alpe Bardughé. L’Alpe Bardughé è raggiungibile per due vie che descrivo entrambe – una in salita e l’altra in discesa – in modo da conoscerle lo stesso giorno: la via più diretta sale dal paese; l’altra entra per un poco nella Valle della Porta e poi si alza a Odro e prosegue per l’Alpe Bardughè.
La seconda meta, da farsi solo con buon allenamento, col bel tempo e quando non c’è neve e ghiaccio, è la cima del Pizzo di Vogorno, alta e spettacolare montagna, che offre un panorama mozzafiato in ogni direzione e svela qualcosa del mondo segreto e silenzioso della Val Carecchio.
La partenza da questa terra verzaschese offre lo spunto per parlare di un passato che non va dimenticato: oltre alla storia della valle sommersa dal lago artificiale, c’è anche quella degli uomini che andavano a falciare il fieno selvatico fin sulla cima del Pizzo di Vogorno; e c’è pure la storia degli emigranti, tra i quali molti giovani spazzacamini.

I falciatori del fieno selvatico
Il fieno selvatico cresce nei luoghi inaccessibili al bestiame bovino. Cresce su pendii prativi incastonati tra le rocce più dirupate e fin sulla cima di alcune montagne. Oggigiorno non c’è più nessuno che va a falciare il fieno in posti simili.
Ma fino a pochi decenni fa, tale lavoro veniva praticato per assoluta necessità di sopravvivenza, poiché i terreni prativi al piano e sui monti non coprivano il fabbisogno di foraggio per una popolazione in crescita (specialmente dal 1600 al 1850) e quindi costretta anche all’emigrazione.
Il Pizzo di Vogorno, che andiamo oggi a visitare per il suo versante occidentale, ci mostra pendii prativi ripidissimi fin sulla cima della montagna: tali pendii, un tempo venivano appunto tutti falciati a mano!
C’è un gran bel libro di Franco Binda dal titolo “I vecchi e la montagna”, edito da Armando Dadò di Locarno nel 1983, dedicato tutto alla raccolta del fieno selvatico. Oltre a spiegare le tecniche di lavorazione, Binda riporta molte commoventi, storiche testimonianze di persone che praticarono il taglio del fieno di bosco, anche sulle pendici del Pizzo Vogorno: un libro fondamentale sull’argomento, frutto di anni di certosine ricerche e di vero rispetto per il popolo della montagna.
Alla pagina 389 della Guida del CAS è rappresentata la Föpia, montagna della Verzasca falciata un tempo fino alla sua cima: tale immagine, con inseriti gli itinerari d’accesso alla vetta, parla da sola e dovrebbe far capire il perché quando si va in certi posti, occorra procedere con una coscienza e un rispetto particolari.

Gli spazzacamini
Fam, füm, frecc – Il grande romanzo degli spazzacamini, di Benito Mazzi, Ivrea 2000.
Questo quaderno della benemerita collana edita da Priuli & Verlucca e dedicata alla cultura alpina, parla anche degli spazzacamini ticinesi emigrati un po’ ovunque. Nel testo si ricorda pure che Vogorno fu il paese della Val Verzasca dal quale partì il maggior numero di ragazzi per fare lo spazzacamino.
I Fratelli Neri, di Hannes Binder/Lisa Tetzner, Zoo Libri, Reggio Emilia 2004.
L’uscita di questo romanzo illustrato per bambini e adulti è passata da noi quasi inosservata: e sì che un titolo come questo “Quando i bambini svizzeri erano schiavi a Milano” e un finale di questo genere: “E’ un libro consigliabile  per ricordare ai giovani lettori le nostre fin troppo recenti barbarie, quando gli svizzeri erano costretti a emigrare e i ricchi milanesi approfittavano della miseria altrui”, apparsi su Repubblica del 3 gennaio 2005, avrebbero dovuto far sobbalzare più d’uno sulla sedia.

“La favola realistica e pedagogica fu scritta nel 1941 dalla svizzera Lisa Tetzner insieme al marito Kurt Held, che romanzarono le tristi ma purtroppo autentiche storie di bambini ticinesi costretti allo sfruttamento e spesso anche alla morte, lavorando come spazzacamini nel capoluogo lombardo. A più di sessanta anni dalla prima pubblicazione il disegnatore e pittore svizzero Hannes Binder ha ripreso quel testo facendone un libro illustrato per bambini. Il risultato è di una bellezza sorprendente”.
Giorgio Cheda, L’emigrazione ticinese in Australia e in California, Locarno 1976/1981.
Giorgio Cheda è nato a Maggia nel 1938 da una famiglia di contadini-emigranti. E’ l’autore di alcuni poderosi tomi sull’emigrazione ticinese nelle terre indicate. Non si possono visitare le nostre valli senza conoscere il frutto della sua grande ricerca di straordinario valore umano, storico e sociologico.

Tre pensieri sulla montagna verzaschese
Gli allievi della scuola media di Brione Verzasca pubblicano ogni anno un interessante “giornale degli allievi” dal titolo “L’aquila messaggera”.
Nel numero del mese di febbraio 2005, nella pagina dal titolo “poesie”, ci sono questi tre pensieri che lasciano trasparire l’amore delle ragazze e dei ragazzi per la loro valle e che invogliano a partire sempre con entusiasmo:

Seguimi, di Sara
Seguimi sulle montagne,
magnifiche e piene di risorse,
simili a protettori.
Seguimi su una barca che attraversa l’oceano:
il mare è infinito, calmo o burrascoso,
come un mondo pronto ad accoglierti.
Seguimi in un deserto,
luogo che cambia di giorno in giorno,
dove tutto sembra pace.
Seguimi per sempre,
nei luoghi più affascinanti del mondo:
diventerai un mondo che protegge e sta in pace.

Catena alpina, di Beatrice
La catena alpina è sempre all’orizzonte
e a un certo punto appare sul mio monte
E si, ma guarda un po’... C’è una bella casetta
ma è veramente magnifica questa vetta.
La montagna, di Stefano
La montagna è grande e maestosa
bella con monti e alpeggi.
La montagna pare scontrosa
ma in verità è come una rosa.
La montagna è come una regina
la regina degli animali.

La salita da Vogorno all’Alpe Bardughè
La partenza avviene da Vogorno (495 m), nei pressi della chiesa di Sant’Antonio e della casa comunale. Si prende la stradina a destra e la si risale tutta (eventualmente con scorciatoie pedestri, lasciando a destra la deviazione per la Val della Porta) fino al suo termine, a Costapiana (663 m). Da lì inizia il sentiero segnalato che si alza dapprima ripido tra le case e poi si distende dolcemente nel bosco. Il sentiero si alza facendo molti tornanti e passa da Sponda, Corte Nuovo e Pioda (1310 m). Man mano che ci si alza il bosco si dirada e si apre così un sempre più vasto panorama verso la valle, il lago, le montagne.
Oltre la quota 1600 m si apre un terrazzo sorprendentemente vasto: è quello del’Alpe Bardughè (1638 m), con le cascine disposte una accanto all’altra al bordo del prato e alla base della ripida montagna, proprio per non sprecare quel terreno che un tempo serviva da pascolo prezioso.


Il vasto terrazzo dell’Alpe Bardughè, il Lago di Vogorno e il Lago Maggiore.

Lontano dal mondo
All’Alpe Bardughé c’è una cappellina dedicata a Sant’Anna e una croce su un masso, posati a protezione di questo posto, un tempo lontano dal mondo. Sono segni di una fede e di una fiducia nel buon Dio, che – uniti alla volontà e alla sapienza trasmessa dagli avi – hanno permesso ai popoli delle Alpi (che qualche irrispettoso e arrogante uomo politico definisce retrogradi, pur non avendo dovuto consumare una sola goccia del loro sudore) di affrontare ogni fatica e avversità. Quell’assoluta fiducia nel buon Dio che ha permesso anche al pescatore Tavae Raioaoa di resistere per 118 giorni sulla sua barca alla deriva nell’Oceano Pacifico: la straordinaria avventura di Raioaoa è narrata nel suo libro dal titolo “Lontano dal mondo, racconto di un naufragio”, pubblicato dalla Cda-Vivalda Editori di Torino nella collana Le tracce (la stessa nella quale è apparso anche il libro del “nostro” Mario Casella “Cime di Guerra, Il Gasherbrum IV nel conflitto tra India e Pakistan”).


Il Pizzo di Vogorno visto dall’Alpe Bardughé. La nostra via di salita percorre in parte la cresta di sinistra.

La salita da Bardughè alla cima del Pizzo di Vogorno
Dall’Alpe Bardughè il sentiero segnalato in bianco-rosso si alza gradatamente verso nord-est, passando sotto le rocce che sovrastano l’alpeggio. Si giunge così alla quota 1829 m, posta in un canale. Questo canale corrisponde alla parte superiore della Valle del Molino. Si va al di là del canale, per risalire la costa a destra, senza portarsi alla sella 2175 m affacciata sulla Val Carecchio. Con salita in senso orario si raggiunge quindi, un po’ a monte della quota 2282 m, il crinale spartiacque, ossia la cresta nord-nord-ovest del Pizzo Vogorno. Si percorre tale cresta fin quando il sentiero porta ad attraversare il versante ovest e quindi a salire alla cima per il pendio sommitale rivolto a sud.


Odro, rinato a nuova vita.

La discesa dal Pizzo di Vogorno a Bardughè e poi via Odro a Vogorno
Dal Pizzo di Vogorno si ritorna a Bardughè per la via di salita.
Dall’Alpe Bardughè, per una traccia nel pratone e tenendosi sopra il bosco di faggi, si scende verso est-sud-est fino alla quota 1486 m, posta proprio nel canale della Valle del Molino. Il sentiero passa quindi sull’altro versante, lascia il solco della valle e scende gradatamente verso sud fino al costone di quota 1392 m. Da qui si scende più ripidamente per prati curati ai nuclei di Odro (1219 m).
Odro è rinato nuova vita. Una coppia di confederati, Jean-Louis Villars e Marlis Solèr, sono venuti con entusiasmo ad abitare quassù. Hanno rimesso a nuovo diverse cascine e recuperato pascoli abbandonati. Ora gestiscono un’azienda agricola con capre, l’animale ideale per la montagna verzaschese.
Quassù si pratica dell’agriturismo e molte persone giungono anche da città lontane per poter assaporare un po’ della pace che la montagna sa offrire. Il sito internet www.odro.ch fornisce informazioni in merito.
Teresio Valsesia ha dedicato a Odro un’intera pagina del Giornale del Popolo del 5 gennaio 2005, annunciando pure che, proprio a Odro, è in fase di allestimento un museo dedicato al fieno selvatico, con oggetti legati alla citata attività.
Da Odro si scende a Pidò (1024 m) e poi per la costa di Stavello e Torletto, che chiude a est la dirupata Valle del Molino (dal significativo nome). Passando anche tra boschi di castagni secolari che pure loro diedero nutrimento al popolo della montagna, si giunge alla chiesina di Colletta (671 m), che è anche punto di congiunzione col sentiero principale della Val della Porta.
“A Vogorno, nella Valle della Porta, sopra un poggio sta l’oratorio della Colletta, costruito nel 1651. Vi si trovano dipinti dell’epoca: sulla parete di fondo, una Pietà; sulle pareti laterali, a sinistra tre santi, due a destra ai lati della Madonna; sulla volta a botte, un Padre Eterno. La Pietà è composta con piacevole simmetria: sotto un panneggiamento verde alzato da due angioletti volanti, sta la Vergine Addolorata con le sette spade nel cuore e il Cristo morto in grembo; guarda con occhi pieni di dolore e di grosse lagrime, come a chiedere la compassione dei fedeli per lo strazio del Suo Figliolo; una Maria e Giovanni le sono inginocchiati ai lati: due angeli le posano volando una corona sul capo.


Un’immagine della Madonna Addolorata nell’oratorio della Colletta, all’imbocco della Valle della Porta, sulla via per Odro. Questa Pietà risale al 1651.

Da Colletta si percorre verso ovest il sentiero che conduce al ponte sul torrente della Valle del Molino e che poi prosegue in traversata fino ad uscire dalla Val della Porta. Affacciatisi sulla Val Verzasca, si scende in breve alla parte bassa del paese di Vogorno.

Scheda tecnica

Carte CN 1:25000 fogli 1313 Bellinzona, 1293 Osogna
Guida Alpi ticinesi, Volume 2, CAS 1993
Partenza Vogorno (495 m), raggiungibile anche con l’autopostale
Dislivello Da Vogorno all’Alpe Bardughé, 1143 m
Dall’Alpe Bardughé al Pizzo di Vogorno, 804 m
Tempi  Da Vogorno all’Alpe Bardughé, ore 3.15
Dall’Alpe Bardughé al Pizzo di Vogorno, ore 2.30. 
Difficoltà T2, per il tratto Vogorno-Alpe Bardughé-Odro-Vogorno
T3, per il tratto Alpe Bardughé-Pizzo di Vogorno
   

Secondo la nuova scala delle difficoltà escursionistiche elaborata dal CAS, che va dal grado T1 (il più facile) al grado T6 (il più difficile), T2 equivale a percorsi su sentiero evidente; rischio di caduta in luoghi esposti non escluso; requisiti: è necessario avere il passo sicuro, si raccomanda l’uso di buoni scarponcini da montagna; capacità elementari d’orientamento. T3 equivale a percorsi su sentiero o tracciato generalmente visibile, con qualche tratto esposto; ci sono anche pietraie, versanti erbosi senza traccia e cosparsi di roccette; è richiesto passo sicuro, una discreta capacità d’orientamento e una conoscenza di base dell’ambiente alpino.


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